Il bello di stare al centro del mondo
Andava così nel '63 o nel '64, che la Gengàro ti portava a Brera,
alle 11, a mezzogiorno, con tutta la classe, facendoti capire che avevi un privilegio, che quando stavi davanti al
Cristo deposto del Mantegna o davanti a un Giambellino, lì nel punto più bello di Milano, e con lei, tu eri un
privilegiato perché stavi in un posto che era la cosa più simile che ci sia al centro del mondo. Ricordo che con Beppe,
il mio compagno di banco e di pomeriggi (inseparabile, ci separavamo lo stretto necessario per innamorarci
forsennatamente di nostre compagne di classe, tanto forsennatamente che lui ne sposò poi una, Marinella) ci guardavamo
e ci dicevamo: questa donna ha ragione, qui siamo veramente al centro. Ditemi voi un posto e un momento del tempo dove
sentirsi più importanti.
Soffrivamo di complesso di superiorità, ebbene sì. Non solo eravamo al Beccaria, ma
addirittura nella sezione "A". Il vero cuore della faccenda, perché la Gengàro la condividevamo con tutti gli altri,
ma Pistorio, Giuseppe Pistorio, - italiano e latino, quanto tempo insieme! - era soltanto nostro. Quelli della
B e della C ci guardavano dal basso e forse ne portano ancora adesso i segni. Avevamo dei resoconti penosi delle loro
ore di italiano, poveri... A noi Pistorio insegnò tutto, l'italiano, la politica, da Dante a Bianciardi. E poi c'erano
le sue lezioni su Lucrezio o sul barocco, e sul Verri e sul Dossi. E su Vittorio Sereni. Grandi amori.
I ricordi di
liceo, si capisce, si sviluppano in "soggettiva", formano un epos personale, individuale o di gruppo, che riesce ad
essere altamente insignificante per chi non fa parte della consorteria. Il "mercoledì da leoni" è una cosa da ridere
per chi in quel "mercoledì" non c'era, stava in un altro liceo, o non era nato. Il Beccaria non fa eccezione a questa
regola.
Dunque lascino perdere coloro ai quali non dice nulla il nome di Leonardi: filosofia e storia,
bravissimo, adorabile; detto celebre e inquietante: "filosofia e vita sessuale cominciano dopo i cinquant'anni, per gli
uomini". Oppure quello di Sacerdoti: greco e sadismo delle bocciature; ti dava un due per uno spirito aspro
invece che dolce. E ci teneva, nella sua follia, alla bocciatura arbitraria, perché l'arbitrio nell'insegnante è una
virtù. O di Marchesi: scienze e saponificazione dei grassi; anzi sarebbe il caso di dire saponiPicazione,
trattandosi di un caso, unico a mia conoscenza, di difetto di pronuncia consistente nel trasformare le "f" in "p":
piore, poglia, parpalla. E poi don Vanni Padovani: religione, variante GS, e battaglie ideologiche sul monoteismo
dei Sumeri. Lasciò tutti di sasso quando, anni dopo, avendo portato alla Chiesa e a don Giussani una marea di anime, si
spretò e si sposò.
Quelli che, invece, quando parlo del bidello Francato e dei suoi panini con il "velo di salame",
capiscono di che cosa si tratta, siano comprensivi per l'infinità di dettagli da ridere e da piangere che dimentico.
Lasciamo perdere se qualcuno dirà che l'edificio di via Linneo era un po' freddo rispetto al rudere di piazza Missori.
Non sanno che noi, che ci arrivammo per primi o quasi (era tutto nuovo), avevamo la curiosa sensazione che fosse stato
costruito esclusivamente per rendere più belli i nostri anni di ginnasio e liceo (la palestra nuova era da film
americano, così almeno pareva a me).
Degli esami di maturità prima del '68 è meglio non parlare perché tanto se gli
dici che era il Terrore, non capiscono. Cose da reduci. Vi do solo un indizio: un giorno, a pochi giorni dall'ora fatale,
Beppe ed io ci rendemmo conto che l'Antigone, in greco, l'avevamo talmente studiata e ristudiata, che la sapevamo a
memoria. Un verso a caso, e si andava avanti fino alla fine, a libro chiuso. Ci guardammo: non staremo esagerando? Fare
di meno, a quanto pare, non bastava.
Non ricordo più bene in base a quale ragionamento tortuoso, ma sicuramente molto
sofisticato, nel '63 o giù di lì (qualcuno mi aiuti, se può), decidemmo di creare una associazione di istituto e di
sopprimere il giornalino studentesco "Il Rudere". L'idea era che si preparavano tempi nuovi e che quel bollettino
ereditato rifletteva una mentalità troppo soggetta alle autorità scolastiche e al preside Gasparetti in particolare.
Anche i "parlamentini" di istituto, non si sa bene perché, dovevano essere messi da parte in favore di nuovi organismi,
per i quali facemmo a un certo punto le elezioni. Le tenemmo con un meccanismo elettorale semplicemente pazzesco:
c'erano undici posti e dodici candidati. Furono chiamati tutti a votare per eliminare un solo candidato, di cui ricordo
ancora perfettamente il nome (e la faccia che fece quando si rese conto che tutto l'enorme macchinario era stato
organizzato, in fin dei conti, per scartare solo lui). Il sistema delle preferenze era così diabolico che mise in moto
accordi sottobanco e metodi di corruzione che neanche a Palazzo Marino negli anni Ottanta avrebbero immaginato. In
qualche modo funzionò e cominciarono attività culturali. Le occupazioni e altre simili iniziative sovversive sarebbero
venute solo qualche anno dopo. Noi prendevamo iniziative culturali. La principale consisteva nel portare più studenti
possibile a teatro, al "Piccolo". Mi buttai nell'impresa, che era molto gratificante perché poi noi attivisti
dell'Anitra selvatica o del Galileo eravamo invitati gratis alle prime. Era una cosa fantastica, credetemi, soprattutto
perché Paolo Grassi si prendeva cura di noi facendoci sentire davvero importanti. Ci aspettava all'ingresso della sala
di via Rovello, ci riconosceva, ci accompagnava, ci dava appuntamento per i commenti più tardi. Era un uomo fatto con
lo stesso impasto di Pistorio: socialismo milanese, cultura pratica, spirito politecnico, slanci di impensabile
generosità. Per lunghi periodi usava darci appuntamento, a noi promotori di pubblico teatrale, un pomeriggio della
settimana in una sala di via Rovello, una quindicina intorno a un tavolo: parlava di poesia, di Brecht, di vita e di
morte. Ci ascoltava. Non c'era nessuna radio o tv a riprenderlo. Lo faceva proprio per noi. E io mi sentivo, ero, il
collettore di anime del Beccaria.
È l'elemento comune ai miei ricordi di quell'epoca: molta gente in gamba si dava
da fare per farci sentire importanti. Che sia quello il segreto dei buoni insegnanti? Non credo che noi, dopo, siamo
stati altrettanto bravi.
Giancarlo Bosetti
[Giornalista - Maturità 1965]