Io entravo dal portone di Piazza Sant'Alessandro, altri da quello di Piazza Missori. Il Beccaria si trovava lì, negli anni Cinquanta. L'edificio, in verità, era alquanto cadente, ma a me piaceva moltissimo. Le aule, quantomeno quelle nelle quali la mia classe era sistemata, erano enormi, altissime, affacciate su un cortile nel quale uscivamo durante le ricreazioni, incontrando i compagni delle altre classi.
Una delle cose che mi piaceva del Beccaria era il rapporto tra corpo docente e studenti. Il clima era tollerante, tutt'altro che poliziesco. Ovviamente, la disciplina andava rispettata, ma era intesa con lungimirante ampiezza di vedute. Si favoleggiava, allora, del regime severissimo di altri licei; noi eravamo fieri e molto contenti del nostro "rudere", come il vecchio edificio veniva affettuosamente chiamato, e come si chiamava il giornale del liceo, sul quale, tra l'altro, comparivano le vignette di uno dei tanti allievi destinati a diventare famosi, Bruno Bozzetto. Ne ricordo una, ad esempio, nella rubrica chiamata "Sotto la coda del cavallo si mormora ..." (la coda era quella del monumento equestre che si trovava al centro di piazza Missori). La vignetta rappresentava il gran caos creato dai lavori di sistemazione stradale davanti alla scuola, e una persona quasi sdraiata a terra, che secondo la didascalia altri non era che "il compagno Achille Occhetto, che ogni mattina, prima di entrare in classe, si china a baciare la bandiera rossa dei lavori in corso"... Un altro, tra i molti ex allievi del Beccaria destinati a emergere nei settori più disparati della vita pubblica e dell'attività privata: Francesco Micheli, ad esempio, che allora - invidiatissimo da tutti noi - possedeva nientedimeno che una Lambretta, anche se non esattamente nuovissima; o Silvia Giacomoni, diventata firma notissima del giornalismo; o Guido Martinotti, noto sociologo urbano (che forse non dovrei citare, essendo poi diventato mio marito; ma mi parrebbe ingiusto trascurarlo per questa ragione).
Altra cosa bella del Beccaria era che si trattava di un liceo veramente interclassista: figli di politici celebri (i figli di Lelio Basso, Carlo a Anna, ambedue nella mia classe), un certo numero di figli della buona borghesia, ma i anche figli di piccoli impiegati e di operai, legati, allora come oggi (a distanza, ahimè, ormai di molti decenni) da legami forti, come sono - se sopravvivono alle vicende della vita - quelli stretti negli anni della formazione: gli anni del liceo, appunto. Per quanto mi riguarda anni assai più importanti, a questi effetti, di quelli dell'Università.. Anni nei quali ho maturato le idee, i convincimenti che hanno ispirato le mie scelte, nel corso degli anni; e che, forse abbelliti dalla nostalgia, ricordo come tra i più belli della mia vita.
Eva Cantarella
[Professoressa Università di Milano - Giornalista]