UN PALAZZO CARICO DI GLORIA E DI TARLI

Il Beccaria di Milano, che io ricordo all'inizio degli anni Quaranta, da poco scampato ai bombardamenti angloamericani, somigliava più a un monastero che a un istituto scolastico.
Io vi ero arrivato per frequentare la quarta e la quinta ginnasio, e fu in quel periodo che cominciai a familiarizzarmi con le strutture della scuola. Ricordo che le lezioni avvenivano in un'aula magna che sembrava fatta apposta per sottolineare la nostra ignoranza, solenne e magniloquente com'era. Però in quegli scranni settecenteschi era facile nascondersi, anzi scomparire per sottrarsi alle interrogazioni dei professori, salvo riapparire a lezione ultimata, appena il campanello annunciava la fine dell'ora.
C'erano locali misteriosi, che solo pochi studenti conoscevano, a cui si poteva accedere attraverso spaccature nel legno dell'emiciclo, formatesi nei secoli passati. Visto da sotto, dall'interno delle sue viscere, il nostro liceo somigliava a un bastimento con la sua stiva, oppure a un vecchio palcoscenico in abbandono, come lo erano del resto le sue maestranze. Ad esempio Vittorio, il bidello-cerbero che gestiva l'intervallo tra le lezioni e la vendita di panini e bibite, oltre che di "bigini" rinvenuti nello spazio sotto il banco.
Comunque, sia nell'area riservata al ginnasio, sia in quella occupata dal liceo, era identica la decrepitezza delle mura, degli arredi, dei banchi, delle lavagne, che il Regio Liceo Ginnasio Cesare Beccaria esibiva come un attestato di nobiltà, solo perché in quei cupi corridoi e da quelle cattedre erano echeggiate le voci dei grandi maestri dell'illuminismo lombardo, come ripetevano i nostri docenti a noialtri "bestioni ignoranti".
Carlo Castellaneta
Milano, 11/03/03