Beccaria… ricordi lontani
Oso affermare, per convinzione filosofica e per esperienza di vita,
senza voler scomodare Einstein, che ogni pensiero, parola o scritto dell'uomo ha sempre un valore relativo,
così che anche l'affermazione di Cicerone senectus ipsa est morbus non ha quel valore apodittico che il
prestigio del suo autore potrebbe volerle conferire.
Basta considerare il grande numero di anziani - me
compreso - che in questi ultimi trent'anni è andato costituendo una porzione sempre più rilevante della
popolazione, rimanendo in buona salute, pur se con qualche acciacco, che, in fondo, è un prezzo del tutto
sopportabile.
E se è pur vero che, in campo gerontologico, si parla di una certa frequenza di depressione
dell'anziano, è pur vero che la più gran parte ha ancora il gusto alla vita. Certo non è più la problematica
della vita attiva con i suoi affanni e i suoi progetti, con le sue illusioni e le sue delusioni, ma pur
sempre con quel grande sostegno che è la speranza. Quale speranza? Vorrei sintetizzarla in poche parole: la
speranza di non perdere i ricordi del proprio vissuto che ci consentono, come in un replay, di rivivere tutto
con la serenità di un osservatore quasi estraneo. Vissuto lontano, ma anche vissuto vicino, quello senza
importanza di tutti i giorni, che ci garantisce della ancora buona salute cognitiva.
Io, per esempio, fra
i ricordi che ogni tanto mi trovo a rivivere ho quelli del periodo scolastico, che, a dire il vero, è stato
piuttosto travagliato. Pensate: ho fatto la prima ginnasio a Torino, poi - essendo stato mio padre, ufficiale
di carriera, trasferito - la seconda, la terza e il primo trimestre della quarta a Roma e poi, finalmente,
per altro trasferimento, al Beccarla. Dico subito che questo occupa nel filmato della mia vita scolastica un
posto di assoluto privilegio.
Il 4 gennaio del '35 divenni allievo, nella sede storica di Piazza
S. Alessandro, del Prof. Silvani, di cui venero la memoria perché fu un ottimo insegnante sotto tutti i
punti di vista.
Mi fa piacere ricordare un episodio quasi buffo che, peraltro, allora piacere non mi fece:
interrogato mi disse di coniugare il verbo femì (lo scrivo in italiano per motivi che facilmente vedrete).
Il mio occhio doveva segnalare il mio smarrimento, ma incominciai: - femì, fetì …- e il Professore continuò:
- felù, femnùn, fenvù, fenlùr "Al posto. Zero". Ero proprio caduto sul verbo "parlare", io che di parole ne
dico tante e facilmente: il mio collega primario otoiatra di Merate diceva spesso che: - Chirico lo vedremo
prima morto e poi afasico -. Però, poi, il greco l'ho imparato perché alla maturità tradussi il brano in
latino e non in italiano.
E un altro episodio che esprime quei tempi. Nel '35-'36 (quinta ginnasio sempre
con il Prof. Silvani) si combatteva la guerra di Etiopia e capitava che, ogni tanto, si spalancasse
improvvisamente e senza bussare la porta dell'aula e comparisse, piuttosto scalmanato ed esaltato, un
compagno del liceo uno dei "grandi", che forse aveva qualche carichetta nel partito, un gerarchino, e
gridava: - Fuori tutti! C'è l'adunata per la vittoria dell'Amba Aradam o del lago Ascianghi"
o qualcos'altro. Noi si era felici: "bigiare" delle ore di scuola con il permesso del governo era quanto di
meglio potesse capitare. Silvani abbassava un poco gli occhiali, guardava lo scalmanato con occhio spento e
rivolto a noi: - Quello che vi raccomando è di fare una gazzarra non troppo indecorosa - E pensare che aveva
un figlio al fronte.
Per francese avevo come insegnante una distinta signora piuttosto pettoruta, poco
più che cinquantenne, una ex-bella donna. Era molto brava ed esigente. Io avevo un grave difetto di
pronuncia, perché, venendo da Roma, avevo acquisito un po' l'accento romanesco. E quindi qualche brutto
cinque l'ho preso. Ricordo che una mattina alle otto e mezzo mi accompagnò papà per parlare con lei. E lei,
me presente, dopo aver detto che insistendo nello studio con buona volontà e tenacia, avrei potuto
trarmi d'impaccio, si rivolse direttamente a papà dicendogli: - Vede, colonnello, io debbo metterli in
condizione che, alla fine del ginnasio, siano in grado di parlare francese. Lei mi può insegnare che ci sono
momenti e situazioni in cui non ci deve essere interprete. E le cose militari, per esempio, sono proprio fra
queste - Direi, ora, che aveva, in un certo senso, pre-sentito la creazione di eserciti di tipo
internazionale. La cosa, però, nella sostanza andò bene e a giugno fui promosso.
Poi venne il liceo con
entrata dalla più "nobile" piazza Missori di fronte al monumento a lui e al suo ronzino. In ginnasio vi
erano tre sezioni differenziate dalla lingua straniera: Io ero nella A perché così aveva voluto papà che
sapeva doverci essere per legge in tutti i ginnasi almeno una sezione di francese, quindi anche nelle città
meno grandi in cui avrebbe potuto essere trasferito. Ma in liceo le carte - per così dire - venivano
rimescolate e io pregai papà di esprimere al preside il desiderio di essere messo nella A per non cambiare
tutti i compagni. Papà mi assecondò. Senonchè poco dopo l'inizio delle lezioni si accorse che era la classe
con tutte ragazze e solo pochi maschi. E così un giorno, a pranzo, disse: - Olga, hai capito? Nostro figlio
mi ha giocato facendomi intervenire presso il preside perché lo mettesse nella A per non cambiare i compagni,
invece era per stare con tutte le ragazze - e a me . - Quante sono?- - 29- -E voi maschi? - - 8- - Olga, hai
sentito? Il birichino! - Ma, a quattr'occhi, le avrà detto, rallegrandosi - beh! Meglio così, che si orienta
bene!-
Li ricordo tutti i miei professori e ora li giudico senza passionalità, ma con più preciso
spirito critico.
Il Prof. Dolci insegnava italiano. Era di bassa statura, sempre elegantissimo in modo
raffinato, bravissimo. Non era tipo da tenere la disciplina con autoritarismo, ma le sue lezioni erano
appassionanti: non volava una mosca. Del resto aveva anche un incarico all'Università.
Latino e greco
erano nelle mani di un professore che aveva insegnato al Cairo e che aveva un cappello che, credo, si
facesse fare apposta: immaginate un fez egiziano tronco-conico con l'ala. Era l'unico che credeva e
inneggiava alla grandezza dell'"Italia imperiale e fascista" e voleva che il latino tornasse a essere la
lingua universale. A questo scopo dovevamo avere un quaderno da portare a lui quando ci interrogava, nel
quale dovevamo scrivere parole, frasi, modi di dire attuali in latino. Ne ricordo tre:manu balistula Che
cos'è? La rivoltella; umbrarum theatrum Che cos'è? Il cinema; machina quae glandes mittit Che cos'è? La
mitragliatrice.
Ma il più bello era che io e il mio vicino di banco, che poi divenne un valente avvocato
soprattutto competente in diritto editoriale, decidemmo di riempire un quaderno in società che scrivevo io
perché lui era l'unico che usava l'inchiostro verde. Lasciavamo bianche 4-5 pagine iniziali in modo che,
quando venivamo chiamati, si potesse rapidamente scrivere il proprio nome; poi si strappava la pagina e il
quaderno era disponibile per un'altra volta.
Ricordo il fascino di Franceschini, in prima, che ci fece
rivivere la vita dei liberi comuni dandoci una visione direi panoramica di quei tempi così ricchi di
pensiero, di cultura, di opere d'arte da essere uno dei periodi più gloriosi della nostra storia post-romana.
In seconda fu sostituito da Robertazzi, un bel giovanotto che non aveva quarant'anni e che era soprattutto
bravo in filosofia. Intanto tutte le ragazze erano innamorate di lui, il "bel Bob", detto con una confidenza
per quei tempi veramente audace e lo paragonavano a Robert Taylor, allora spesso sugli schermi. Mi fece amare
Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant di cui ci fece leggere I fondamenti della metafisica dei costumi:
bellissimo!. Quando ci parlò di Herbart con la sua teoria dei "reali" io dal posto aggiunsi sottovoce
"carabinieri". Lui sentì e: - Chirico, esci! Domani vieni accompagnato - Figuratevi mio padre - colonnello -
sentire problemi di disciplina. Ma era un uomo dolcissimo e, quindi, la sgridata fu amaro-dolce.
Quello
di scienze - di cui poi fui il medico - era un chimico che ci insegnava bene questa materia; poi ne feci
tanta in laboratorio quando facevo ricerca. Ma si sperdeva nella monotonia arida delle monocotiledoni e
delle dicotiledoni. Però imparai che fra stami, pistilli, stilo, stigma anche i fiori fanno l'amore: e questo
era un fatto di importanza capitale per noi che eravamo in ansiosa attesa di poterlo provare.
La
matematica la insegnava il prof. Cantoni, vice-preside: i miei successivi studi di medicina non mi hanno
portato a dare un giudizio di merito. Ma era chiarissimo e me la fece amare, tanto che i miei lavori di
ricerca più belli e originali hanno avuto problemi di geometria analitica e di statistica che ho saputo
proporre a un amico docente in quella Facoltà.
La professoressa di storia dell'arte era una giovane
signorina, piuttosto bella e molto elegante, che, nel corso dei tre anni, divenne signora, ma credo che non
fosse la sua materia. Probabilmente era laureata in lettere e occupava il posto che aveva trovato. Ho
appreso, poi, quando dovetti insegnare ex-cathedra che bisogna sapere almeno dieci volte quello che si deve
dire. Non me la fece amare: è l'unico sei che ho alla maturità. Me la fece amare poi mia moglie che aveva
fatto Brera e insegnava storia dell'arte al liceo artistico: sapeva tutto!
Finisco con un solo ricordo
dei compagni, un ricordo terribile. Al ritorno verso casa m accompagnavo con tre compagne; una la lasciavamo
in Corso Italia, angolo Via Mercalli, un'altra in Cosimo del Fante, infine la terza angolo via Lusardi. Io
proseguivo fino a Gian Galeazzo. Il '38-'39 la terza liceo. Ma nell'autunno c'erano state le leggi razziali,
delle quali noi poco ci preoccupavamo: l'esame di maturità occupava del tutto la nostra mente. Ma Elvira
Ottolenghi, quella di Via Mercalli, aveva la colpa di essere ebrea e non aveva attenuanti cromosomiche per
essere "discriminata", come se il DNA (allora ignoto) potesse essere di per sé un crimen. Ma il peggio
doveva ancora venire.
Io preparai il gruppo scientifico con un compagno che poi fu un valente ingegnere
e che in matematica ci batteva tutti. Invece quello letterario lo preparai con la compagna di Via Cosimo
del Fante. Andavo io da lei per un minimo di cavalleria E verso le quattro sua mamma ci portava un bel
gelato. Alle sette veniva Elvira Ottolenghi con occhi un po' invidiosi - nel senso migliore del termine -
perché noi potevamo fare gli esami e un po' pavidi perché la comunità ebraica era in grande apprensione.
Dopo l'8 settembre '43 fu rastrellata con i suoi dai nazi-fascisti ed è sparita nel nulla. Qualche voce
incerta mi giunse: che era in un barcone sul lago Maggiore, non si sa se per fuggire verso la Svizzera o se
per essere trasferita dai suoi aguzzini. L'imbarcazione andò a picco e pare che lei sia sparita nel gorgo
del lago. Preferirei così, che abbia avuto la morte in un minuto, piuttosto che viaggiare nei vagoni merci
blindati verso uno dei tanti lager e morire di stenti, magari dopo aver subito chissà quali sevizie e
passare per il camino.
Questo fatto, però, è rimasto inciso in me come in una roccia di granito e mi
sono giurato di prestare sempre - chissà se ci sarò riuscito - il più grande rispetto alla persona umana,
chiunque essa fosse, qualunque fosse la differenza rispetto a me fisica, intellettuale, religiosa o che
altro: la vita umana non appartiene all'uomo che la deve solo gestire per sé e per gli altri nel modo
migliore, specie quando questi è il più povero di potere. E chi c'è di più povero di potere del malato che
ti guarda con occhi pieni di timore, di speranza, di implorazione? Nessuno
Mario Chirico
maturità 1939