Capita qualche volta a tutti, ma in special modo a chi, come me, per i casi della vita si è trovato a fare il mestiere
dello studioso, di chiedersi chi siano stati i suoi maestri, cioè le persone verso cui si sente maggiormente debitore,
non solo per le scelte che ha fatto, ma anche per le competenze culturali che ha acquisito.
Quando il tempo ha posto
una sufficiente distanza tra la propria formazione e la definizione della propria fisionomia professionale, credo sia
un'esperienza comune accorgersi che nel novero dei maestri entrano a fatica pochissime persone e che, spesso, i più
significativi non sono stati quelli che hanno avuto i rapporti più diretti con il proprio lavoro.
Essere un maestro
è una condizione speciale che riguarda oltre che il sapere, le passioni, le emozioni, i rapporti umani.
Un maestro è
la persona a cui si deve non solo quello che si sa, ma sopratutto quelli che si è.
Bene. Io posso dire di avere
trovato nel mio liceo almeno due indiscutibili maestri - Pistorio e Leonardi, i miei professori di Italiano
e Latino, Storia e filosofia - a cui la mia testa ritorna sovente quando comincio una lezione, o sto scrivendo un
articolo, o sono dedito allo studio di un testo. E ritorna soprattutto alla lezione di sobrietà e di onestà
intellettuale che, con il senno di poi, mi appare come la cifra più profonda del loro magistero.
E' un educazione
a "invigilare se stessi", come scrisse Benedetto Croce, a guardarsi dalle verità troppo facili e dalle soluzioni
interpretative troppo rapidamente risolte, a diffidare dell'ovvio e a mettere in discussione costantemente i risultati
del proprio lavoro, non tanto perché socraticamente più si sa, più si sa di non sapere, quanto perché lo stesso oggetto
della conoscenza è sfuggevole e ambiguo.
Mi ricorderò sempre una bellissima lezione di Leonardi sul tema della
legalità - lui che oltre che studioso di filosofia era anche un giurista - prendendo spunto dall'introduzione per la
prima volta in Italia dell' "ora legale" e mettendo in luce le aporie logiche e semantiche di una espressione che stava
entrando nel linguaggio comune. Era un'educazione al pensare filosoficamente, inteso come abito intellettuale che si
serve di un sapere specialistico e astratto per svelare la complessità delle cose più semplici.
Pensare storicamente
pensare filosoficamente: questo era il messaggio che spostava il confronto e il dialogo su di un piano diverso da quello
che riguardava l'apprendimento dei filosofi o dei fatti storici, ben più sottile e arduo perché obbligava a cimentare
il sapere acquisito nella elaborazione di forme, certo semplici, di conoscenza.
Una grande lezione di metodo
didattico e scientifico.
Torna in mente anche la lezione alla "curiositas", cioè a quell'atteggiamento mentale che
guarda all'innovazione culturale, al cambiamento degli orizzonti scientifici come a un campo di interrogativi e
sollecitazioni da percorrere con l'atteggiamento positivo di chi sa distinguere l'originalità effimera delle mode dalla
critica delle tradizioni.
L'ironia con cui Pistorio guardava ai nuovismi letterari, che confusamente gli proponevamo
e a cui dimostravamo di assegnare un eccesso di credito, non gli impedì di spingerci a leggere Calvino, Pasolini, Gadda,
gli ermetici e Montale.
Ma, forse, la lezione più potente che ho appreso da questi due maestri, che allora mi era
parsa un eccesso di zelo didattico per chi come me non era uno studente modello, riguarda lo sforzo costante di
trasmettere il gusto per lo studio, la bellezza del sapere, il piacere della conoscenza.
Me ne sono accorto alla fine
dell'università che quella spinta aveva lavorato sotto un bel gruzzolo di insufficienze, facendomi scegliere di fare
proprio lo studioso di professione, che non è proprio il topo di biblioteca, ma una figura assai simile.
Dopo
trent'anni di lavoro e di soddisfazioni devo a loro se ho scoperto molto giovane che la carta scritta e stampata era
il mio destino.