Il Beccaria di Piazza Sant'Alessandro... aveva physique du rôle, già il nome incuteva rispetto, le aule tenute insieme da corridoi che attraversavano in modo misterioso il vecchio maniero.
Noi della sezione B stavamo al piano terreno, nella parte più bella perché si affacciava su un cortile circondato da un loggiato a colonne: come nei conventi. E come nei conventi di clausura la nostra aula aveva le finestre tagliate alte, con le inferiate, impossibile guardare fuori.
Ma il cortile era come il pozzo nel villaggio: lì ci si incontrava, si discuteva, si giocava, era vera ricreazione. Ricreazione di gioco puro ma anche di scambio entusiastico di conoscenze, perché la mia generazione aveva una carica, un sacro fuoco per il sapere, un tale livello di curiosità per tutto che, lasciatemi dire, raramente ho ritrovato in quelle successive. Dai grandi concerti jazz che allora passavano per Milano, al Lirico: Oscar Peterson, Ella Fitzgerald, Bud Powell, a Cortot e Backhaus. La Callas nel suo fulgore, Luchino Visconti, il Piccolo Teatro, le grandi mostre di pittura a Palazzo Reale come quella sui "pittori della realtà". E noi nel nostro piccolo al Beccaria, i grandi cicli di proiezione di film da cineteca organizzati da Guido Martinotti o quelli di audizioni ragionate di programmi di musica classica incisa che preparavo io. Giravamo l'Europa in autostop, da un ostello della gioventù all'altro, in competizione tra noi per chi riusciva a vedere più musei. I nostri genitori ci guardavano con stupore, quasi a disagio di fronte alla facilità con la quale ci muovevamo per il mondo, loro che a causa della guerra erano rimasti bloccati nelle loro case per anni e anni.
La B, in quegli anni, '55 - '56, era la sezione più ambita per merito dei professori che la animavano. Il mitico Angelo Gonella, professore di greco, burbero e sanguigno, che non tollerava incertezze perché inammissibili per chi, tuonava, sarebbe poi "uscito dalla Scuola di Gonella". Italiano e latino con Attilio Polvara (che vive ancora, lucidissimo, ultra novantenne) geniale e dissacrante al punto da spiegare certi passi della letteratura italiana leggendo il Bignami o da recitare il Porta per un'intera lezione. Soprannominato "cave Atilium". Storia e filosofia, con Bosisio, molto bravo ma col quale non riuscii mai a intendermi: era il mio nemico, ma forse aveva qualche ragione in più lui. Scienze naturali: il Professor Marchese, soprannominato "fusto scapo", dal forte accento siciliano, abilissimo e commovente nell'attribuire alla sua terra, la Sicilia, l'origine e la presenza di quasi tutti gli elementi chimici esistenti in natura. E l'anziana Praolini, matematica-fisica-geometria, che pareva uscita da un disegno di Novello, destinata ahimè ad essere oggetto di ogni lazzo e gag fantozziana, specie quando la lezione era tenuta nell'aula a gradoni di fisica, fatta apposta per scatenare le peggiori gogliardate.
Il vecchio liceo si trasferì nella nuova sede al Sempione l'anno dopo la mia maturità. Andai più tardi a vedere il nuovo edificio. Era bello, sembrava di essere in un campus americano, col verde fuori dalle finestre, ma ci rimasi malissimo perché mi sembrò senz'anima: per me la scuola era stata vissuta tutta "dentro" l'edificio, perfino dietro a delle inferiate, dove la realtà stava tutta chiusa all'interno ed eravamo noi a rappresentare la natura.
Francesco Micheli