Degli anni del Beccaria ho un ricordo ilare e luminoso, non so bene perché, visto che si trattava di anni - erano quelli tra il 1971 e il 1976 - affatto tranquilli (il culmine della non tranquillità si raggiunse in un pomeriggio di sole, quando due ragazzotti di destra si inerpicarono lungo la scarpata della ferrovia e spararono su un gruppetto di ragazzi che si riposavano dalle fatiche dell'autogestione: l'autogestione era in effetti pesantissima perché dovendo dimostrare che non eravamo fannulloni ma politicamente coscienti, ci davamo un gran daffare con ricerche e seminari, magari un po' sui generis). E ho un ricordo ilare perfino delle interrogazioni di chimica e biologia con le quali l'algida e impavida professoressa Angeletti sfidava il clima di contestazione, impeccabile nel suo grembiule nero. Facevamo le autogestioni, ci autoconvocavamo in assemblee fiume, ma quando l'Angeletti estraeva dalla borsa la sacchetta dei numeri, un silenzio intimorito e rispettoso aleggiava nella classe, in attesa di conoscere i risultati dell'estrazione, e quindi il nostro destino. La professoressa Angeletti era piuttosto anziana, e si diceva che da tempo immemorabile - le origini del sadico procedimento erano ignote - interrogasse i suoi studenti in modo non esattamente consono alla richiesta di questi ultimi. Il metodo della tombola era quanto di più lontano si potesse immaginare da quelle interrogazioni programmate che ci parevano tanto comode e rispettose delle nostre personcine responsabili, anche se comportavano orrende abbuffate di studio nei tre giorni precedenti la data stabilita. All'inizio di ogni lezione, tre sventurati venivano estratti: i numeri ovviamente corrispondevano all'ordine del registro di classe. Per tre lunghi anni, oltre a fremere di terrore (va detto però in favore dell'umanità della Angeletti che era consentito ignorare il contenuto dell'ultima lezione, senza essere obbligati a fornire spiegazioni tipo parenti moribondi o malori fulminanti), abbiamo spasmodicamente cercato un senso, un ordine superiore, una formula scientifica che ci permettesse di capire quando e quanto saremmo stati interrogati. Anche perché a un certo punto ci eravamo convinti che la professoressa barasse: per un bel po' di tempo, diciamo quattro o cinque settimane, uno dei tre estratti fu regolarmente quello il cui numero sul registro corrispondeva a quello del giorno della lezione. Ma prima che l'indignazione potesse salire - ci scandalizzava l'idea che quel rimescolio di legname nella borsa fosse una finta per farci fessi - il fenomeno cessò e i numeri ripresero il loro andazzo totalmente casuale (lo posso ben dire: il mio numero uscì per quattro lunedi consecutivi). Tra le spiegazioni che ci fornimmo la più popolare fu quella che diceva la prof si era persa i numeretti, ma che poi li aveva ritrovati o ricomprati, e nell'intermezzo ci aveva fregati come le pareva. Però la ricordo con affetto, dopotutto.
Marina MORPURGO
[Giornalista - Maturità 1976]