Il liceo classico Cesare Beccaria, nei primi anni '60, navigava a vista verso il mitico 68, senza neppure un fremito della ribellione che cominciava a serpeggiare in altri istituti. La politica non era ammessa neanche nei più remoti pensieri e la storia umana si fermava a prima della prima guerra mondiale. Quando ho fatto la maturità io (1966 ?), si doveva rispondere su tutte le materie a una corte marziale composta da professori sconosciuti che venivano da altre parti d'Italia per una diaria indecente. Il che li rendeva maldisposti, se non addirittura ostili. Malori e svenimenti agli esami erano all'ordine del giorno.
Ma, quando si pensa agli anni di scuola, si ricordano soprattutto le matte risate e i tic di professori felliniani intestarditi nei loro indirizzi culturali, alle volte remoti. Il professor Cesari, per esempio, aveva un suo quadernetto di letteratura italiana che conteneva i preziosi appunti del suo antico professore e ce li leggeva ad ogni lezione. S'intende che noi dovevamo scrivere a nostra volta le preziose note, oppure far finta di scrivere, perché in realtà ricevevamo dalle classi che erano un anno avanti a noi quadernetti bisunti che a nostra volta avremmo passato agli anni a venire. E magari avessi ancora il prezioso testo, di cui ricordo solo qualche nota a margine, e qualche battuta che il professore pronunciava allegramente, sgranando gli occhioni azzurri sulla sua faccia rosea. Chiedeva, mi pare spiegando un passo della Divina Commedia: 'Che cos'è la foresta vergine? E si rispondeva felice: 'E' un luogo dove il piede dell'uomo non ha mai messo mano'.
Purtroppo però, il professor Cesari, che era buonissimo, ma già molto anziano e malato, veniva a scuola molto raramente e ci lasciava tutto l'anno in balia di giovani supplenti che cambiavano continuamente. Alcuni di questi professorini erano timidi e bravissimi e perciò da noi crudelmente irrisi. Comunque, erano l'unica occasione che avevamo per avvicinarci a qualche nozione o scuola di pensiero più recente dei primi anni del Novecento. Infatti il professor Cesari era un ragazzo del 99 e spesso si commuoveva raccontando la sua prima notte in trincea lontano dalla mamma.
Avevamo anche dei professori bravissimi, come la Gengaro di storia dell'arte, che per cinque anni ci ha scarrozzato in giro per tutti i musei e i monumenti di Milano. Cosicchè, alla maturità, il più scarso di noi prese 7 e io mi beccai addirittura un 9 perché il professore interrogante aveva un sacro rispetto per tutto quello che la Gengaro potesse aver detto.
Quanto all'educazione fisica, per noi ragazze, che portavano ancora il grembiule nero per occultare la vergogna di essere 'femmine', la faccenda si limitava a marciare davanti alla professoressa. Una signorina piuttosto anziana, che stava alla cattedra armata di tamburello e si preoccupava di farci imparare un esercizio alla spalliera che avremmo portato alla maturità. E in effetti, dopo cinque anni, lo eseguivamo alla perfezione.
Qualcuno stampava anche un giornalino scolastico (mi pare si chiamasse 'Il rudere'), di cui ho visto solo un numero che conteneva innocue divagazioni perché, come ho detto, la politica non esisteva e il dibattito si limitava alle ore di religione, durante le quali imperversava il focoso Don Vanni. Un giovane e robusto sacerdote che si intestardiva a volermi convertire, visto che ero l'unica nella mia classe a fare professione di ateismo e a non voler partecipare alle attività del 'GS' fondato da Don Giussani.
I 'giessini' erano il solo gruppo organizzato che si muoveva dentro il liceo. Parlavano sempre delle loro gite 'in bassa' durante le quali, credo, si prendevano cura dei bambini poveri. E anche un po' di se stessi, visto che da queste escursioni nascevano intrecci sentimentali, che a me esterna apparivano piuttosto vivaci.
Don Vanni a suo modo era l'unico che si interessasse a noi e a me in particolare, in quanto pecorella smarrita. Le nostre discussioni (con lui che pretendeva gli dimostrassi la non esistenza di Dio) avvenivano nel totale disinteresse della classe, mentre ognuno si occupava dei fatti suoi. Al contrario, nelle altre ore di lezione, la disciplina era totale e la repressione assoluta. Uscendo dal liceo non avrei avuto la minima idea che si potessero sostenere tesi diverse da quelle contenute nei manuali, se non fosse stato per la mia famiglia comunista. E solo per questo, due anni dopo, allo scoppio del magico 68, il mio mondo si è sconvolto molto meno di quello di tanti altri miei compagni di scuola, di cui alcuni, che erano fascistoidi (e interisti!), li ritrovavo nelle manifestazioni tra i filocinesi che mi accusavano di revisionismo. E un giorno, nei giardinetti di Largo Richini, davanti alla Statale, rividi anche Don Vanni, ancora più robusto senza la sua tonaca. Mi spiegò che si era spretato e sposato e mi disse perfino: 'Avevi ragione tu'. Ora, dopo 35 anni, se sapessi dov'è, gli direi grazie per avermi dato torto quando avevo ragione e per avermi dato ragione quando magari avevo tanti torti.