Nonostante tutto il tempo che ho passato, con straordinari professori, nelle gloriose aule della sezione B - per la A e la C provavamo un'invincibile antipatia mista chissà perché di invidia , mentre quelle più in basso nell'ordine alfabetico ci sembravano non esistere nemmeno - se penso oggi al Beccaria, tutte le scene che mi vengono in mente sono girate "in esterno". Già attraversando Via Vincenzo Monti all'altezza del monumento all'alpino sbilenco, un occhio addestrato come il mio riusciva a intuire dalla densità e dal movimento della folla davanti all'entrata - non c'era come adesso uno sbarramento - se c'era picchetto o no . "Picchetto, vai!", che felicità! Anche quando non ero d'accordo con i motivi - spesso ignorati dalla massa degli studenti o fatti per solidarietà a questo o quello - l'idea di qualche ora di libertà o magari addirittura di tutta la mattinata, mi metteva subito di buon umore. La mia coscienza politica - militavo in Iniziativa Laica, un gruppo non esattamente trendy - mi dava magari qualche morsetto, ma io le assestavo un calcio e la mandavo a cuccia. Nel conflitto, tutt'altro che lacerante, tra il dire e il fare , tra il predicare e il razzolare, si potrebbe anche dire che mi educavo a diventare un vero italiano. Però c'erano picchetti e picchetti: quelli belli solidi che promettevano di durare e quelli radi, svogliati, fatti tanto per dimostrare che s'erano fatti. Pericolosissimi: si rischiava di dovere entrare alla seconda ora e trascinarsi tra le sofferenze magari anche fino alla quinta. Entrare dopo il picchetto era come essere riarrestati subito dopo essere stati assolti. Il sistema per evitare questa iattura era semplice : se il picchetto non dava garanzie di buona salute, bisognava allontanarsene come da un appestato dopo una mezz'ora con un gruppo di amici fidati . Se il giorno seguente un prof o un compagno (e immaginiamoci che bel compagno…) diceva "Come mai non sei entrato alla seconda ora, che il picchetto si era già sciolto?" si rispondeva stupitissimi :"Davverooo ? Ero convinto che fosse durato tutta la mattina ." In caso di picchetto veramente solido e affidabile, si poteva anche rimanere nei paraggi, che poi voleva dire Bar Nievo, a fumare MS, a giocare a flipper e a cazzeggiare beati. Se si cominciava a giocare a calcio o anzi a "palletta", un gioco che non mi ha mai appassionato e che consisteva nel tirare il pallone contro il muro del "Becca" e riprenderla al volo (sfasciando ogni tanto un vetro) , per me che non sapevo nemmeno toccare una palla non era un gran divertimento. Mi rifacevo con un amico rimasto anche lui in panchina, a fare per l'ennesima volta la recensione di tutte le ragazze - fighe, carine e cessi - dell'intero liceo. Sviluppavamo così , anche fuori dai banchi di scuola, la nostra "capacità di osservazione e il nostro spirito critico".
Marco Vigevani
[Agente letterario - Maturità 1978]